Categorie
Società

La generazione Benz, “quando vivere diventa insopportabile

Già nel secolo scorso fu definita la malattia delle future generazioni, non è un virus, ne un batterio, eppure si espande a macchia d’olio, “Il mal di vivere”; ritmi frenetici, individualismo, competitività estrema, bisogno di imporsi in società, necessità di avere sempre di più anche quando non necessario, sono solo alcuni degli aspetti che portano ogni anno gli italiani a ricorrere ai cosiddetti psicofarmaci, per arginare quella sensazione di non voler più vivere, per fermare quel blocco che si contrappone fra il proprio Io ed il tempo che scorre velocemente. A quanto pare non riusciamo a camminare di pari passo con quello che chiamiamo “progresso”, sviluppiamo nuove tecnologie, immettiamo sul mercato nuovi prodotti, ma non riusciamo a raggiungere una reale felicità. Viviamo nell’effimero e di effimero, non parliamo più, preferiamo chattare, non diciamo più alle persone a noi care “ti voglio bene”, preferiamo le emoticon, cuoricini e faccine con varie espressioni che dovrebbero esprimere il nostro stato d’animo. Abbiamo il brunch, l’happy hour, quest’ultimo di moda negli USA dagli anni ottanta del secolo scorso, con il solo scopo di portare le persone ad essere su di giri dopo il terzo drink già alle 19.00; il locale del giovedì sera quello del venerdì, del sabato e così via; presi da noi stessi dal nostro essere, non ascoltiamo più gli altri, durante i discorsi ci sovrapponiamo, aumentando sempre di più il volume della voce mentre si discorre, quasi fosse una gara a chi produce più decibel, ma non ci interessa più dei contenuti di ciò che diciamo l’importante è dire, non proviamo più empatia, siamo sempre alla ricerca di emozioni, ed ogni giorno alziamo la posta pur di viverne una. Ogni mattina indossiamo la nostra maschera e a secondo del contesto in cui viviamo cerchiamo di adeguarci, spesso recitando una parte che non ci appartiene. Dimentichiamo o forse non siamo coscienti che prima o poi ci tocca fare i conti con noi stessi, ed ecco che arrivano le “crisi di panico”, all’improvviso quando meno te lo aspetti, tutto il mondo che ti sei costruito inizia a girarti intorno come fossi in una centrifuga, ti blocchi, non riesci più a parlare, il tuo cuore inizia ad essere tachicardico, sudi freddo, credi sia un infarto, invece no, è il tuo stesso cervello che inizia a scalciare a lanciare segni di insofferenza attraverso il malessere corporeo, in pochi secondi tutte le tue convinzioni, le tue certezze svaniscono, ti senti solo, perché sei solo, prendi coscienza che fino a poco prima eri in un mondo che non esiste, perché tu stesso sei, ma non esisti, ed allora si parte con gli psicofarmaci, la pillola della felicità, quella che ti aiuta a sopportare l’inutile peso che una oggi la società porta sulle spalle, perché così abbiamo deciso, non conta più l’essere ma l’apparire, ma poi varcata la porta di casa non si sfugge alla verità e pensi “domani è un altro giorno” peccato che con molta probabilità sarà di merda.

Categorie
Società

Essere o apparire, il dilemma del nuovo millennio

Negli anni ’50 del secolo scorso c’era “la gioventù bruciata” che diede il titolo al famoso film con James Dean, poi siamo passati attraverso la generazione X, quelli nati fra glia anni ’60 e ’80, definita una “generazione invisibile”, piccola, inserita nella ricostruzione attuata dai figli del Baby Boom, che gli valse il titolo di “X”, a rappresentare la mancanza di un’identità sociale definita, ora siamo passati ai Millennial generation tra selfie, youtuber e instagram profile.
Un bisogno estremo di apparire a tutti i costi, di sfidare se occorre le elementari regole della società occidentale pur di accaparrarsi like e commenti di ammirazione. Nella fretta e nel bisogno quasi compulsivo di apparire ci si è dimenticati cosa significa essere. Essere una persona, un cittadino, un elemento che compone, che lo si voglia o no, una società. Soprattutto in Italia il livello di istruzione è sempre più scarso, quasi la cultura sia un optional, tanto l’importante è apparire, in tutti i modi e a tutti i costi. Ed ecco il moltiplicarsi a dismisura di profili social con adolescenti e non, in pose fondamentalmente ridicole malgrado l’aiuto del Photoshop, in attesa di consensi pur di soddisfare quella che in realtà non è altro che una vita vuota basata sul nulla. Siamo di fronte ad un’altra generazione di depressi, che non hanno reali figure a cui ispirarsi e che finiscono col perdersi nella mediocrità. A chi imputare le responsabilità ? Sicuramente molte le abbiamo noi delle generazioni precedenti, che abbiamo contribuito a lasciare in eredità ai nostri figli un vuoto mai colmato ed oggi è ancora più vasto. Non ci chiediamo più cosa è giusto o no, trascorriamo le intere giornate a lamentarci e criticare, senza però muovere un dito per cercare di cambiare le cose. Abbiamo delegato l’educazione dei nostri figli alla TV spazzatura, ai social, per avere più tempo per noi stessi pur di soddisfare il nostro ego da eterni Peter Pan. Forse per questo le nuove generazioni fanno fatica a crescere, perché in fondo noi genitori non siamo mai cresciuti, tranne che anagraficamente. In quanti di noi ricordano l’ultima volta che hanno giocato con i propri figli? Preferiamo regalare a bambini degli smartphone lasciandoli isolati davanti ad uno schermo, ipnotizzati dalle luci. La verità è che non parliamo più, non leggiamo, non camminiamo, siamo li fermi in un mondo artificioso, senza identità, comportandoci, grandi e piccoli, come dei lobotomizzati. Citando il dilemma amletico forse è arrivata l’ora di scegliere di “essere o non essere”, per ora non siamo, appariamo e basta, e ciò rischia seriamente di condurre la nostra società ad un decadimento ancora più grave fino al punto di non ritorno.

Categorie
Stalking

Quando lo Stalker è il vicino di casa

Commette il reato di stalking chi esaspera i vicini tanto da provocare in loro gravi stati d’ansia e costringerli a cambiare abitudini di vita, assentandosi dal lavoro e assumendo tranquillanti. Lo afferma la Cassazione (la sentenza è oggetto di un approfondimento sul giornale di domani, 12 luglio, nella pagina dedicata al condominio), andando oltre la tradizionale definizione del reato (previsto dall’articolo 612 bis del Codice penale) e aprendo nuove prospettiva. Perché sinora, anche a causa della campagna mediatica condotta da TV e giornali all’epoca dell’introduzione della nuova fattispecie di reato, il termine stalking viene spesso associato a comportamenti che attengono alla sfera affettiva.

CASSAZIONE 23 maggio 2016
Ingiurie e minacce via facebook fanno scattare lo stalking
Tuttavia, se è vero che le vittime sono quasi sempre partner e soprattutto ex, in particolar modo donne, oggetto di attenzioni morbose se non addirittura violente da parte dell’ex compagno o marito, è anche vero che il delitto in esame ben può configurarsi al di fuori di una relazione sentimentale. E la norma punisce le condotte di minaccia o molestia che, reiterate nel tempo, finiscono con il turbare così profondamente la vita delle vittime al punto da provocare in loro gravi stati d’ansia o, peggio ancora, costringerli a mutare le abitudini e stili di vita. Tipica situazione condominiale.
Per questo la Cassazione ha chiarito lo “stalking condominiale”, che si verifica tutte le volte in cui il condòmino molesta e perseguita i vicini di casa con una serie di azioni volte:
– a ingenerare in loro un fondato timore per l’incolumità propria o di un familiare;

– a costringere la vittima a cambiare le proprie abitudini.
Non solo: la Cassazione ha confermato le accuse di stalking contro l’imputato, anche se fondate sulle dichiarazioni della persona offesa, in linea con quanto affermato dalle Sezioni Unite, secondo cui le dichiarazioni della persona offesa «possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto».

“Le dichiarazioni della persona offesa possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato” Cassazione